lunedì 13 novembre 2017

P. Pasqualucci : Una scomunica invalida - Uno scisma inesistente, Solfanelli, 2017


 

 

Pubblico qui  la Presentazione di questo mio libro, appena uscito con l’editore Solfanelli, gentilmente fatta da Maria Guarini sul suo blog Chiesa e Postconcilio. spotblog.ie  il 31 ottobre 2017


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Una scomunica invalida - Uno scisma inesistente. Due studi sulle consacrazioni lefebvriane di Écône del 1988 - Paolo Pasqualucci


P. Pasqualucci : Una scomunica invalida - Uno scisma inesistente. Due studi sulle consacrazioni lefebvriane di Écône del 1988, Solfanelli, 2017, pp. 164, € 13 [qui]

Da parte di alcuni, comprese autorevoli personalità ecclesiastiche, si continua a ritenere in qualche modo “scismatica” la FSSPX. Che mons. Marcel Lefebvre non abbia mai attuato né voluto attuare scisma alcuno, viene ribadito con ricchezza di argomenti in questi due studi del 1999, pubblicati ora per la prima volta in volume da Paolo Pasqualucci, autore del secondo (Una scomunica invalida – Uno scisma inesistente), da lui ampiamente rielaborato per l’occasione. 

Si tratta di due lavori “tecnici”, come si suol dire, ma scritti in modo chiaro e semplice, alla portata di tutti. Questi studi hanno indubbiamente il merito di mettere nel dovuto rilievo un aspetto essenziale, in genere trascurato nelle discussioni e polemiche sulla FSSPX: l’esistenza effettiva dello “stato di necessità”, sempre invocato da mons. Lefebvre a giustificazione delle sue “resistenze”. Tale status, riconosciuto dal diritto canonico, viene indagato, come principio e concetto, sia nei suoi aspetti teologici (primo studio) che in quelli canonistici (secondo studio), con puntuale utilizzo della dottrina tradizionale e più autorevole in materia. 

Di particolare interesse mi sembra, nel secondo studio, l’esposizione della Tesi Murray. Nel luglio del 1995 una “tesina di licenza”in diritto canonico del sacerdote nordamericano P. Gerald Murray, discussa ed approvata con il massimo dei voti alla Pontificia Università Gregoriana, sosteneva (destando un certo scalpore) che la scomunica latae sententiae dichiarata a suo tempo a mons. Marcel Lefebvre, a mons. Antonio de Castro Mayer e ai quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre senza mandato pontificio, non sarebbe stata valida in punto di stretto diritto canonico né lo sarebbe stata la connessa imputazione di scisma in senso formale. Mons. Lefebvre avrebbe agito convinto (ancorché secondo P. Murray erroneamente) di trovarsi in grave stato di necessità e non avrebbe comunque effettuato uno scisma in senso formale, non dimostrando alcuna volontà né comportamento in questo senso.

La “tesina” non fu pubblicata ma se ne rese disponibile un sunto sufficientemente chiaro e preciso, con sufficienti citazioni di passi, apparso sulla rivista americana The Latin Mass, nel numero di autunno 1995, unitamente ad un’intervista con lo stesso P. Murray. 

Nel 1996 il P. Murray fece una ritrattazione parziale della sua tesi, per ciò che riguardava la presenza dello stato di necessità: ora egli affermava che tale situazione non si sarebbe verificata. Tuttavia, continuò a non attribuire a mons. Lefebvre atti dal significato scismatico.

Nell’incandescente temperie attuale, credo che questi due lavori offrano ampio ed utile materiale di riflessione sul tema sempre scottante della natura della FSSPX  e dei suoi rapporti con la Gerarchia, al fine di una visione dell’intera questione più equilibrata e più vicina al vero. 

Il presente saggio, del quale riproduco, per gentile concessione dell’editore Solfanelli, la breve Nota introduttiva, si situa in continuità di studio e controversia con il precedente lavoro dell’Autore sulla soppressione illegale della FSSPX, effettuata dall’Ordinario locale nel 1975 senza la prescritta autorizzazione pontificia (P. Pasqualucci, La persecuzione dei “lefebvriani” ovvero l’illegale soppressione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Solfanelli, 2014, pp. 148 , € 12 - qui).   
Maria Guarini
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Nota  introduttiva

Potrebbe sembrare pleonastico occuparsi ancora, a ventinove anni di distanza, della vicenda delle consacrazioni di quattro vescovi effettuate ad Écône da mons. Marcel Lefebvre il 30 giugno del 1988, disattendendo l’ingiunzione del Papa a soprassedere ulteriormente; consacrazione con la quale l’anziano presule, invocando lo stato di necessità suo (in quanto vescovo) e della Chiesa universale devastata dalla crisi, troncò estenuanti ed inconcludenti trattative, trascinantesi da mesi, per stabilire la data della consacrazione di un vescovo da scegliere tra i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, da lui regolarmente eretta nel 1970, indispensabile per le future ordinazioni dei seminaristi della stessa Fraternità.  Le scomuniche allora applicate latae sententiae a mons. Lefebvre e ai quattro vescovi, non sono forse state rimesse a questi ultimi da Benedetto XVI nel 2007?  La questione non deve pertanto considerarsi chiusa?

In realtà, sulla Fraternità S.Pio X continuano a circolare pregiudizi di ogni tipo e c’è che continua a dipingere mons. Lefebvre come un “eretico” (?), uno “scomunicato”(?), uno “scismatico”(?).  Di costoro si può ben dire “non ragionar di loro ma guarda e passa”.  Più importante è invece applicare il principio secondo il quale bisogna sempre ricercare la verità, per quanto modeste siano le nostre  forze. Ora, nell’opinione dei più, l’atto di generosità con il quale Benedetto XVI ha rimesso le scomuniche ai quattro vescovi, è stato comunque applicato a scomuniche a suo tempo dichiarate validamente da Giovanni Paolo II. Ma bisognerebbe una buona volta render giustizia alla memoria di mons. Marcel Lefebvre, intrepido difensore della fede, e al vescovo brasiliano, mons. Antonio De Castro Meyer, l’unico vescovo che l’abbia per tanti anni affiancato nella lotta, presente nonostante l’età avanzata alle consacrazioni di Écône per testimoniare la sua solidarietà. Infatti, molti ritengono erroneamente che i due presuli siano morti validamente scomunicati e quindi fuori della Chiesa, da nemici della Chiesa, cosa falsissima.   

In realtà, vi sono più che fondati motivi per ritenere quelle scomuniche invalide sia dal  punto di vista teologico che del diritto canonico.

Mi sembra pertanto utile riproporre due studi del 1999, composti in occasione del decennale di consacrazioni e scomuniche, apparsi entrambi in quell’anno su sì sì no no, dal n. 1 al n. 9, tesi per l’appunto a dimostrare con accurata analisi  l’invalidità delle scomuniche stesse.  

Il primo inquadra la questione dal punto di vista teologico, il secondo da quello canonistico. Sono scritti entrambi sotto pseudonimo, come da prassi di quel periodico, tuttora vigente.  Io sono l’autore dello studio di taglio canonistico, sotto il nom de plume di CausidicusHirpinus è invece l’autore dello studio che esamina la questione teologica e che mi è sembrato opportuno riprodurre per primo, rispettando l’ordine di pubblicazione sulla rivista. Il suo autore preferisce mantenere a tutt’oggi l’anonimato. Il mio testo l’ho rivisto in diversi punti,  tenendo conto che sono passati diciannove anni dalla sua prima uscita, apportandovi sensibili modifiche, tagli e in sostanza miglioramenti.  L’altro è rimasto immutato.  Vi ho apportato solo qualche modifica di tipo redazionale, oltre ad aver corretto qualche refuso. Le parentesi quadre nelle citazioni sono di Hirpinus

Pubblico questi due studi anche perché mi sembra doveroso render giustizia a mons. Lefebvre in un altro e più ampio senso. Vale a dire: il perdurare e l’aggravarsi della crisi della Chiesa hanno dimostrato a fortiori che egli aveva ragione nell’agire come ha agito, invocando uno stato di necessità  che oggi continua più che mai ad esistere. Senza quella sua sofferta disobbedienza, imposta dalle gravi circostanze, sarebbe poi stato molto difficile e forse impossibile conservare i due beni preziosi e fondamentali rappresentati dal Seminario conforme alla Tradizione della Chiesa e dalla S. Messa di rito romano antico, per la cui salvaguardia è nata la Fraternità Sacerdotale S. Pio X.  Beni preziosissimi poiché è su di essi che, a Dio piacendo, si potrà procedere (speriamo presto) alla ricostruzione della Chiesa cattolica, devastata da un’apostasia quale mai si era vista nella sua bimillenaria storia.  

Ringrazio sentitamente il direttore responsabile di sì sì no no, Maria Caso, per aver gentilmente autorizzato la pubblicazione di questi due articoli.
Paolo Pasqualucci 


sabato 4 novembre 2017

Storia: novantanove anni fa il 4 novembre 1918, giorno della nostra Vittoria nella Grande Guerra

Storia:  novantanove anni fa il 4 novembre 1918, giorno della nostra Vittoria nella Grande Guerra

Quand’ero ragazzo, negli anni Cinquanta del secolo scorso, il 4 di novembre era festa nazionale.  Allungava le festività religiose di Ognissanti e del Giorno dei Morti.  Si celebrava la vittoria nella I guerra mondiale:  correlativamente, il raggiungimento dell’Unità nazionale e l’opera valorosa delle Forze Armate.  Gran parte delle sinistre e parte consistente del mondo cattolico non l’hanno mai amata, questa celebrazione, troppo patriottica per i loro gusti.  La svalutazione progressiva, sul piano politico e culturale, dell’idea di Nazione, di Patria e di Vittoria militare, portato della decadenza generale dei costumi che affligge noi e tutto l’Occidente, fece sparire ogni riferimento alla Grande Guerra, riducendo la festa a Giornata delle Forze Armate, ed infine a cancellare la festività.  Oggi, in questa data, si rende omaggio, nelle dichiarazioni ufficiali, alle Forze Armate e all’Unità nazionale.  Della vittoria nella Grande Guerra si è persa definitivamente ogni traccia.
Si è pertanto avuta, in data odierna, giorno lavorativo, la consueta anonima cerimonia al Vittoriano, condita dai consueti messaggi di routine delle Autorità costituite. Il Presidente Mattarella ha ricordato “la conseguita completa Unità d’Italia” e “l’onore” che si deve rendere alle Forze Armate, con un “commosso pensiero a tutti coloro che si sono sacrificati sull’Altare della Patria e della nostra libertà, per l’edificazione di uno Stato democratico ed unito” (Corriere della Sera di oggi, 4 nov. 2017).
Il ministro della difesa, on. Roberta Pinotti, colei che vorrebbe istituire il “servizio civile” obbligatorio per tutti (sì, il servizio civile non quello militare) ha detto, sempre nell’estratto del Corriere della Sera, che “la comemorazione di quel doloroso periodo della nostra storia nazionale offre la possibilità per una riflessione più profonda sul valore della pace, anelito insopprimibile di ogni società civile, dovere ma anche diritto di ogni uomo, delle nuove generazioni, dei deboli e indifesi, di coloro che scappano dalle guerre, dei tanti rifiutati e oppressi.  Ed è in momenti come questo che dobbiamo rinnovare con forza il ricordo delle migliaia di Caduti sulle pietraie del Carso, sull’Isonzo, sul Grappa, sul Piave e in tanti altri luoghi entrati a far parte della nostra memoria collettiva”.
Avrà detto anche altre cose, l’onorevole ministro, nel suo messaggio.  Se questo ne è il nucleo, esso appare abbastanza singolare per un ministro della Difesa, delle Forze Armate.  Di quella terribile ma valorosa ed eroica epopea che fu la nostra Grande Guerra, sa dire solo che è stato “un doloroso periodo della nostra storia”.  Il dolore, dunque.  La riflessione sul dolore passato offre lo spunto per quella sul presente, rappresentato sempre dal dolore, che sarebbe quello delle categorie consacrate dalla retorica politicamente corretta dominante – le quali categorie si ritengono private del loro “diritto alla pace”:   ogni uomo in generale, i giovani, i deboli e gli indifesi, i profughi, i rifiutati ed oppressi.
C’è un po’ di tutto, nel materno abbraccio pinottiano, come si conviene ad una governante intrisa di “pluralismo”, anche sul piano strettamente culturale.  Un “diritto alla pace”, intrinseco ad ogni essere umano, non sapremmo per la verità come concepirlo, in termini propri, giuridici.  Ma tant’è. Il nostro bravo ministro, nel ricordare l’anniversario della Vittoria in una guerra mondiale di fondamentale importanza per la nostra stessa esistenza di popolo – se, nonostante tutto, esistiamo ancora come popolo e Stato unitario lo dobbiamo alla vittoria in quella guerra – sa parlare solo di pace e nei termini di quella  retorica sentimentale ed umanitaria con la quale si tentano oggi di occultare le gravi debolezze e lacune della nostra attuale classe di governo, incapace di difendere il territorio nazionale da una massiccia invasione afro-asiatica e musulmana, che nessuna emergenza cosiddetta umanitaria giustifica, dal momento che, nella massa che ci invade, i veri profughi sono solo una piccola minoranza.

Allora, perché il 4 novembre?  Cos’è successo il 4 novembre?  Lo sa l’on. Roberta Pinotti? Immagino che siano in pochi a saperlo, visto che da anni non se ne parla mai, anche perché si insegnano da tempo falsità di ogni tipo sulla nostra partecipazione alla Grande Guerra.  Per esempio, che per noi essa sarebbe finita con la pesante sconfitta di Caporetto, dopo la quale saremmo arrivati alla vittoria, un anno dopo, solo perché sorretti dai nostri alleati franco-britannici, che ci avrebbero tolto le castagne dal fuoco.    
Invece, a due settimane circa da Caporetto, il nostro esercito (allora Regio Esercito) risuscitò sul Piave, sul Grappa e sugli Altipiani, contenendo da solo gli ultimi furiosi e decisivi assalti austro-tedeschi, sorretto alle spalle da undici preziose divisioni franco-britanniche accorse in riserva strategica, ridotte poi assai presto a cinque, le quali subentrarono  in linea dopo circa un mese, quando avevamo stabilizzato il fronte.  Risuscitò, con grande sorpresa del nemico, ma in realtà non era mai morto.  Aveva incassato un colpo da K.O., portato con estrema maestria dalle migliori divisioni tedesche e austro-ungariche, e tuttavia era riuscito ad assorbirlo.  Era stata distrutta a Caporetto l’ala sinistra della II armata, mal schierata nelle montagne isontine del Friuli del Nord-Est. Parte di quell’armata, dislocata più a sud, si ritirò in ordine, assieme alle altre due armate nostre, la III e la IV, non intralciate dalla marea dei profughi friulani.  I circa trecentomila prigionieri e molti fra gli altrettanti sbandati (poi recuperati) appartenevano in numero consistente alle sterminate retrovie caratteristiche di tutti gli eserciti moderni.
Dalla nostra vittoriosa “battaglia d’arresto” del novembre-dicemtre 1917, come si giunse al 4 novembre 1918?  Nel giugno del 1918, la Duplice Monarchia, uscita dalla guerra la Russia travolta nel gorgo della rivoluzione, in appoggio alle poderose offensive con le quali i tedeschi stavano tentando di vincere la guerra anche a Ovest, prima che si consolidasse il sempre più massiccio apporto americano in Francia,  tentò a sua volta di sfondare contro di noi, raccogliendo le sue logorate forze per un ultimo formidabile sforzo.  Si ebbe la grande Battaglia del Montello o seconda del Piave, che si concluse con un completo insuccesso austro-ungarico.  La testa di ponte larga 8 km e profonda 5 costituita al di qua del Piave, sulle alture del Montello, fu da noi contenuta in aspri combattimenti e l’Imperial-regio esercito fu costretto a ripassare il Piave.  Con quella fallita e sconsiderata offensiva, per di più mal condotta dall’inesperto imperatore Carlo d’Asburgo, l’Austria-Ungheria perse la guerra.  Dopo questa battaglia, cessarono del tutto i tentativi anglo-americani di indurre l’Austria-Ungheria ad una pace separata.  Gli Alleati avevano ormai la sensazione netta del crollo imminente del nemico.
La grave crisi interna dell’Impero, economica e spirituale, aumentò sempre di più.  L’esercito teneva ancora ma cominciò a disgregarsi nelle retrovie quando il fronte balcanico, tenuto soprattutto dalla Bulgaria, crollò all’improvviso alla fine del settembre 1918, aprendo agli eserciti alleati (tra i quali anche un corpo di spedizione italiano) dalla Grecia orientale la via verso Budapest, via che essi cominciarono ovviamente a percorrere,  non velocemente ma inesorabilmente.  A quel punto le divisioni ungheresi sul nostro fronte cominciarono ad agitarsi e a voler tornare a casa, per difendere la Patria in pericolo.
Con il nemico in crisi sempre più evidente, in condizioni di inferiorità anche per le munizioni e il vettovagliamento, e i tedeschi ormai in ritirata in Francia, ordinata anche se la loro linea non era più continua e mancavano riserve e munizioni, il nostro Comando Supremo si decise alla fine ad attaccare, in ritardo, il 24 ottobre e con il Piave in piena!  La Terza Battaglia del Piave o di Vittorio Veneto, durò cinque giorni effettivi, dal 24 al 28 ottobre, giorno nel quale l’VIII armata italiana, comandata dal generale Caviglia, appoggiata sulla destra dall’armata anglo-italiana del generale Cavan e sulla sinistra da quella franco-italiana del generale còrso Graziani, sfondò il centro dello schieramento nemico, puntando verso Vittorio Veneto e dividendo in due tronconi l’Imperial-regio.  Sul Grappa gli italiani non passarono e subirono le consuete, ingenti perdite, nei ripetuti assalti e contrassalti.  Ci riuscirono sul Piave, contro un nemico indubbiamente debilitato ma che si batté valorosamente sino all’ultimo, nonostante le defezioni di diversi reparti della seconda linea, soprattutto ungheresi e cèchi, a partire dal terzo giorno della battaglia, e nonostante la dissoluzione politico-amministrativa ormai inarrestabile dello Stato austro-ungarico.

Ho ricordato sinteticamente quei drammatici eventi, al fine di arrivare nel modo dovuto al punto che ci interessa: solo alle 7 di mattina del 29 ottobre, quando l’esercito era ormai in rotta sul fronte del Piave, i dirigenti austriaci presero i primi contatti con il Comando italiano, chiedendo un armistizio.  Precedentamente avevano tentato invano con gli americani, perdendo tempo prezioso.  Iniziarono in tal modo convulsi negoziati che si conclusero con la firma dell’armistizio a Villa Giusti, presso Padova, il pomeriggio del 3 novembre, a valere dal pomeriggio (dalle 15) del 4 novembre successivo.  Ora, gli austriaci speravano giustamente di poter negoziare con noi termini onorevoli.  Ma non ci riuscirono.  Le condizioni di armistizio non erano decise dal Comando Supremo italiano o dai politici italiani isolatamente: erano prese dal Consiglio di guerra interalleato che risiedeva a Parigi, in quei drammatici frangenti riunito in seduta quasi permanente.  Fu tale Consiglio, che ricomprendeva le alte cariche politiche e militari dei ‘Quattro Grandi’, ad imporre la resa incondizionata, poiché tale fu l’armistizio che l’Austria-Ungheria dovette sottoscrivere.  Certo, l’Italia non si oppose.  La Battaglia di Vittorio Veneto portò alla dissoluzione dell’esercito austro-ungarico, in parte già iniziata:  gli diede il colpo di grazia, impedendo il disegno austriaco e tedesco di riportare la componente nazionale dell’esercito sui confini naturali, cioè sulle Alpi da un lato e sul Reno dall’altro, per cercare di resistere ancora e ottenere una resa meno dura.  Sparendo l’Imperial-regio  dalla scena, la via dell’invasione della Germania da sud era aperta a noi e ai nostri alleati e i tedeschi non avevano in pratica più truppe da opporre.  In tal modo, la Germania dovette anch’essa piegarsi ad accettare una resa incondizionata, sottoscritta l’11 novembre 1918.  
Questo dunque, in estrema sintesi, ciò che accadde il 4 novembre 1918, data indubbiamente significativa per noi italiani e che dovrebbe esser ricordata in modo degno.  Senza retorica e senza animosità per i nemici di un tempo ma con il pathos che la ricorrenza richiede, osando magari pronunciare le parole probite di guerra e vittoria.  
 Era la fine della guerra in Italia, dopo tre anni e mezzo di tremendi sacrifici umani e materiali.  Soprattutto, era la Vittoria, conseguita con l’eroico sacrificio di un’intera generazione.  Dopo Caporetto ci fu in tutto il Paese, anche nelle classi popolari, un grande slancio patriottico, per resistere all’invasione straniera e per vincere.  Come disse Benedetto Croce, dopo quella cocente sconfitta, solo allora quella guerra diventava nostra.  Combattevamo per la nostra terra, per riconquistarla e per l’onore nazionale, ingiustamente infangato da uno sciagurato Bollettino del Comando Supremo che, il giorno dopo lo sfondamento di Caporetto, ancora mal informato su quello che stava succedendo, diede la colpa del crollo locale ad una viltà dei soldati che in realtà non c’era stata (episodi di rese locali senza combattere ci furono dopo lo sfondamento, le cui cause furono soprattutto militari, nel clima di caos, di panico e di abbattimento subito creatosi, anche a causa della rivoluzionaria tattica del nemico, basata non più sui sanguinosi attacchi frontali ma sull’aggiramento veloce dei caposaldi e l’attacco di lato o da tergo, di sorpresa, condotto da truppe scelte).
Ma non si trattava solo della vittoria in quella guerra, fatto di per sé pur notevole per un popolo ed uno Stato di recente e tormentata formazione come il nostro.  Con quella durissima prova, con quel sacrificio, riscattavamo moralmente noi stessi dalle dominazioni straniere che avevano infierito su di noi per tre secoli e mezzo.  Da quando, nelle sciagurate e crudeli Guerre d’Italia (1498-1559), Asburgo spagnoli e austriaci, francesi, svizzeri, da noi in nessun modo provocati, avevano fatto a pezzi il sistema degli Stati italiani indipendenti ma militarmente deboli e sempre divisi tra di loro.  Fu una grande tragedia, che non dobbiamo dimenticare. Riuscì a resistere solo la Repubblica di Venezia, spacciata alla fine del Settecento da Napoleone, dopo una lunga decadenza.  Le Guerre d’Italia le vinse su tutti la Spagna asburgica e quando il suo dominio finalmente si allentò, dopo altre guerre, si ebbe la prevalenza dell’Austria asburgica, rinnovatasi dopo l’intervallo napoleonico, che aveva annesso all’Impero francese parti consistenti del nostro Paese, riducendo le altre a piccoli Stati suoi satelliti.  L’Impero austriaco mai ci volle riconoscere il diritto ad essere non dico uno Stato indipendente suo alleato ma nemmeno un popolo degno di essere preso in considerazione. Eravamo, per tutti, solo una espressione geografica, "volgo disperso che nome non ha",  pascolo ubertoso per le politiche di potenza dei grandi Stati.   La lunga età delle “preponderanze straniere” (Cesare Balbo) fu per noi un’età di ripetuto sfruttamento economico e militare, di sudditanze umilianti, di umiliazioni a non finire. 
 Combattendo e vincendo la Grande Guerra, abbiamo pagato il prezzo di sangue che il nostro riscatto esigeva.  Perché quel sangue non sia stato versato invano, dobbiamo ora resistere con tutte le nostre forze all’ondata nichilista che vuole travolgerci, dall’interno e dall’esterno, ammantata di ipocrisie pseudo-umanitarie.  E tra i valori che dobbiamo recuperare, per resistere, il patriottismo, la fede nell’Italia patria comune e unitaria, da difendere in tutti i modi, occupa senz’altro un posto eminente.  In questo, ci ispiri, dunque, e ci sostenga il ricordo di questa data gloriosa, il 4 novembre, giorno della Vittoria della Patria, finalmente tutta unita nei suoi confini naturali.




Paolo  Pasqualucci,  sabato 4 novembre 2017       

martedì 10 ottobre 2017

Filosofia del Diritto : Stato e bene comune [I]

Filosofia del Diritto:   Stato e  bene comune [I]

Sommario:  1.  Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo.  2. Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale.  3. La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato.  4.  Bene comune e bene del singolo.  5.  Il bene comune di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza.  6.  Bene comune materiale e bene comune in senso spirituale.


1. Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo

Il bene comune e non la felicità individuale, il cui perseguimento deve sempre accordarsi con le esigenze del bene comune.  E nemmeno la giustizia in sé e per sé, ideale del tutto astratto se inteso all’insegna del motto: fiat iustitia, pereat mundus, inapplicabile allo Stato. Lo Stato, più realisticamente, dovrà cercare sempre di perseguire il suo fine specifico senza violare i princìpi fondamentali della giustizia, sia nel senso della giustizia conforme alle leggi di natura e divine che nel senso di quella risultante dai rapporti di correttezza tra gli uomini civili, nei rapporti con i singoli e con gli altri Stati.  Ma il suo fine specifico è il bene comune, da perseguirsi per quanto possibile secondo giustizia.   Il bene comune di un popolo non quello degli altri popoli o dell’umanità nella sua totalità, prospettive chimeriche e megalomani, oggi tornate di moda grazie alla crisi dei valori dilagante.
Che la giustizia sia un principio da non applicarsi qui in modo assoluto, a meno che non risultino violate la legge di natura o quella divina, si ricava da queste semplici riflessioni. 
La norma pacta sunt servanda è un principio cardine del diritto internazionale, ma temperato dall’aggiunta:  rebus sic stantibus, se si mantengono le condizioni presenti, quelle che hanno condotto alla firma degli accordi.  Ora, è capitato che uno Stato si sia rifiutato di entrare in una guerra considerata rovinosa, cosa che era obbligato a fare da un precedente trattato, trovandosi così affibbiata la taccia di traditore dallo Stato suo partner, che si attendeva l’entrata in guerra e negava l’applicabilità della clausola rebus sic stantibus.   Insomma:  per salvare lo Stato, e mantenere in tal modo al popolo il bene comune della pace, non si è a volte costretti a violare un trattato, ossia ad andar contro il giusto principio del pacta sunt servanda in nome di un principio ritenuto più alto, anch’esso giusto, quello del mantenimento del bene comune di tutto un popolo, che non si vuole mettere a repentaglio in una guerra che si presenta gravosa e rovinosa?
Pertanto, l’idea di giustizia cui fa riferimento sant’Agostino in una sua famosa frase, va interpretata in modo appropriato.  Eliminata la giustizia – ha scritto – cosa sono i regni se non grandi associazioni criminali?”[1].  Giusto. Ma di quale giustizia di tratta?  Di quella propria dello Stato, si intende, secondo i fini naturali per i quali esiste l’autorità di governo dello Stato, voluti e approvati da Dio (Rm 13, 1-7).  I valori di questa giustizia possono confliggere, dal punto di vista pratico, con il valore rappresentato dal bene comune del popolo, da mantenere e difendere ad ogni costo.
Tale conflitto non ha, invece, luogo se uno Stato, per fare un esempio riferito al nostro drammatico presente, si rifiuta di accogliere grandi quantità di stranieri che arrivino clandestinamente sui suoi confini terrestri e marittimi, con la motivazione di essere profughi o di fuggire dalla miseria.  L’accoglienza di elementi estranei, e in gran numero, non può certo essere un dovere per uno Stato, né in senso morale né giuridico, proprio perché il dovere fondamentale dello Stato (che ne giustifica l’esistenza) è esclusivamente quello di provvedere al bene dei propri cittadini (o sudditi).  Può naturalmente soccorrere ed accogliere gli stranieri che arrivino illegalmente ma unicamente per generosità, non perché sia obbligato, in quanto Stato.
Quell’accoglienza può diventare un dovere giuridico, solo se lo Stato si è impegnato con un trattato internazionale ad una accoglienza di questo tipo.  Si tratterebbe comunque di un cattivo trattato, da ripudiare.   Infatti, il dovere elementare dello Stato è di provvedere in primo luogo al bene comune dei suoi cittadini, il che implica la difesa da ogni invasione, quali che siano le sue motivazioni.  Una “accoglienza” di elementi stranieri  per motivi umanitari può naturalmente aver luogo ma non può comunque costituire un diritto (un “diritto umano”, che obblighi lo Stato a tutelarlo) né tantomeno esser indiscriminata: deve esser discriminata a seconda delle risorse a disposizione dello Stato e del calcolo delle conseguenze che tale invasione comporterebbe sul piano dei valori (usi e costumi, religione, qualità della vita). 

1.2  Oggi lo Stato, innanzitutto come valore, è contestato in gran parte di quello che si chiamava un tempo Occidente, diventato una sorta di cosmopolita e nello stesso tempo atomistica, sfilacciata comunità euro-americana pervasa dallo spirito mercantile e dall’edonismo più sfrenati, senza morale e senza Dio.  Da più parti si auspica il superamento ed anzi la scomparsa dello Stato-nazione, come dicono;  accusato di provocare o alimentare il nazionalismo, con i suoi passati disastri, e di non curarsi dei c.d. “diritti umani” nel modo dovuto.  Accusa a ben vedere superficiale, dal momento che la I Guerra Mondiale, sempre imputata agli sfrenati nazionalismi, ebbe come causa profonda la lotta spietata che quattro grandi imperi europei, padroni di mezzo mondo, stavano da anni conducendo, divisi in due alleanze, tra di loro e ai danni del moribondo impero ottomano.  Le aspirazioni e i calcoli di dimensione imperiale furono assai più decisivi, quale causa di guerra, degli impulsi nazionalistici di una Francia o di un’Italia e perfino di una Serbia.  

Di questi tempi, si vorrebbe che lo Stato si lasciasse “superare” da due lati. Dall’esterno,  sottomettendosi alla sovranità di organizzazioni sovranazionali (ONU, UE, WTO, OMS, etc), incluso il “mercato globale” dominato dalla finanza internazionale, e ai loro enti;  dall’interno, frammentandosi in regioni o mini-stati sottoposti alle medesime organizzazioni sovranazionali.  Dall’interno e dall’esterno è in azione un movimento a tenaglia contro lo Stato, il cui diritto all’esistenza è simultaneamente negato in nome del particolarismo e dell’universalismo, tra loro contraddittori ed ugualmente spuri perché frutto di astratte e faziose ideologie assai più che dei bisogni reali dei popoli.

Lo Stato però, come istituzione che realizza ancora in qualche modo il prevalere del bene della nazione (del bene comune) sugli interessi individuali o di parte, resiste e si mantiene rivelandosi ancora indispensabile per tanti aspetti essenziali della vita in comune, in modo diretto ed indiretto:  pensiamo all’ordine pubblico e alla difesa, all’amministrazione della giustizia, al sistema sanitario, al sistema scolastico, agli interventi nell’economia, allo sport. Ma il pensiero politico e giuridico attuale non sembra trovare argomenti concettualmente validi per giustificare questa tenace sopravvivenza, aiutato, in questa sua latitanza, da una concezione del diritto che appare sempre più astratta ed utopistica.  Infatti, si tende a far prevalere su tutto l’idea dei “diritti umani” di ogni individuo, concepito atomisticamente come entità completamente disancorata da ogni connessione territoriale, sociale, culturale, ossia da una nazione che sia effettiva comunità di vita, quale si esprime in un ordinamento giuridico statuale concreto, secondo il ben noto rapporto ordinamento statale-territorio-popolo;  per farne, del diritto, un attributo della persona individuale, astrattamente intesa;  di un soggetto di diritti senza storia e senza individualità, nei fatti inesistente; quell’autentica chimera che è il “cittadino del mondo” concepito assurdamente, il mondo, come “villaggio globale”.
  Si ha qui certamente un uso iperbolico della nozione dei “diritti umani”, nozione assai più ideologica che giuridica, filosoficamente figlia del consunto, antropocentrico “giusnaturalismo” degli “Immortali princìpi” della Rivoluzione Francese.  La negazione della validità dell’esigenza posta dallo Stato, come istituzione concreta, ha contribuito pertanto ad una concezione a mio avviso addirittura irreale del diritto.  Il fenomeno giuridico non può, evidentemente, identificarsi con il diritto posto dallo Stato (come ritenevano le vecchie scuole positivistiche) ma nemmeno può esser disancorato dal “concreto” rappresentato dal territorio di un determinato popolo, governato da un ordinamento giuridico statuale specifico, quale che sia il suo grado di sviluppo, sul quale incombe il dovere di mantenere integro il territorio con il popolo che vi abita[2].

2.  Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale

 Un primo argomento da ribadire, in sé non certo nuovo ma oggi del tutto dimenticato, è dunque il seguente: lo Stato esiste per realizzare il bene comune dei suoi componenti, cittadini o sudditi che siano.  Concetto che si può esprimere anche servendosi dell’antica, famosa massima dei Romani:  Salus populi suprema lex esto:  la salvezza del popolo sia la legge suprema, per i magistrati o governanti, e quindi per lo Stato e le sue leggi[3]. La “salvezza” del popolo ne realizza il bene comune.    
Il discorso sullo Stato va pertanto ripreso muovendo dalla considerazione del fine, dalla sua causa finale, per esprimerci in termini aristotelici. 
A qual fine esiste lo Stato?
Per realizzare il bene comune di un determinato popolo.  Questo popolo costituisce di per sé una società i cui caratteri culturali, storici, estetici, linguistici, religiosi l’individuano anche come nazione.  Popolo e nazione sono comunque termini usati come sinonimi. 
Ma come qualificheremo il “bene comune” di un popolo, dal punto di vista del suo contenuto?  Quali ne sono gli elementi costitutivi?   Si intende qui, ovviamente, sempre il bene comune dal punto di vista terreno, non di quello della salvezza eterna delle anime, di competenza della Chiesa e non dello Stato, che comunque, come si avrà modo di ribadire, deve anch’esso concorrervi, sia pure senza uscire dalla sua sfera di competenza e quindi indirettamente.
Il bene comune di un popolo è sia materiale che spirituale, attiene cioè a tutti gli aspetti giuridici, economici, politici della vita quotidiana di un popolo, senza ovviamente poter escludere quelli spirituali ad essi collegati nella forma di ciò che chiamiamo valori della morale, della cultura,  dello spirito in generale.    
  Nel bene comune in senso “materiale” va anzitutto ricompreso il bene dell’esistenza stessa fisica e sopravvivenza nelle generazioni di un popolo: ordinata, pacifica e moralmente elevata, secondo i princìpi della laica virtù del cittadino e dell’etica fondata sulla religione.  Per la realizzazione del bene comune così inteso, l’unità dello Stato rappresenta un modo di essere imprescindibile, senza voler considerare la forma più o meno rigida nella quale si attui, se cioè in forma burocratico-centralizzatrice o che lasci spazi più o meno ampi all’autogoverno locale (federalismo o confederazione).    

3.  La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato unitario

Popolo, nazione, società sono elementi da considerare unitariamente, in relazione alla forma-Stato che ne attua la sintesi e il superamento. Essi costituiscono di per se stessi concetti portanti della filosofia politica e del diritto moderna e contemporanea.  E spesso sono stati e sono visti in contrasto tra loro.
 Ricordiamo la marxistica contrapposizione tra società e Stato:  quest’ultimo sarebbe solo la sovrastruttura politica dei rapporti materiali di produzione che nella società si innervano ai rapporti e alla lotta di classe; sovrastruttura destinata a sparire una volta realizzatasi la rivoluzione proletaria e comunista, che avrebbe socializzato completamente i rapporti di produzione, abolendo la proprietà privata e dando il potere ai proletari.  Ciò avrebbe comportato l’estinzione dello Stato.
L’utopia marxiana contrapponeva la società allo Stato, attribuendo al comunismo, sua forma del tutto idealizzata (profetizzata, anche se in termini necessariamente vaghi, quale inevitabile stadio finale e definitivo della storia), la capacità di sostituirsi completamente allo Stato.   Mai profezia si rivelò più  tragicamente fallace, come sappiamo.
Ma esiste anche il filone che contrappone la nazione allo Stato. Così si tende oggi a contrapporre allo Stato nazionale, unitario, burocratizzato, la c.d. “nazionalità spontanea”.  La polemica antiunitaria italiana attuale (e non solo italiana) contrappone allo Stato unitario democratico-parlamentare centralizzato l’esigenza del riconoscimento delle diverse “nazionalità spontanee” che si troverebbero diffuse per l’Italia.  Cosa significa ciò?  L’alternativa istituzionale concreta proposta da questi polemisti resta sempre nel vago ma la si può facilmente immaginare:  dar vita ad un sistema di autonomie locali ancorate alle attuali Regioni, che sia ancora più sviluppato dell’attuale, pur ampio.  Ma bisogna chiedersi:  quali “nazionalità” dovrebbe riconoscere lo Stato italiano?

3.1  Dal punto di vista della lingua, della cultura, della religione – elementi tipici dell’entità che si suol chiamare “nazione” – lo Stato italiano non ha da riconoscere una “nazionalità” diversa da quella italiana, diffusa in maniera uniforme in tutto il Paese, caratterizzante lo Stato e la società come italiani.  L’elemento cosiddetto “spontaneo” nella cultura e nella lingua è costituito in Italia, come nelle altre nazioni,  dal sostrato dialettale e dal folklore, tratti tipici in senso popolare  di  regioni e città, in ogni Stato.  Il teatro e la letteratura dialettale esistono da sempre in Italia e nessuno li ha mai toccati, nemmeno durante il fascismo. Si tratta di una cultura popolare “spontanea” che ha sempre convissuto pacificamente con quella italiana nel senso proprio ed elevato del termine.  Riconoscere adesso questa cultura a livello della forma istituzionale dello Stato, in quanto espressione di una “nazionalità spontanea” che imporrebbe la suddivisione del nostro Stato in tante piccole “nazionalità” istituzionalmente separate e protette da una normativa nazionale-internazionale, ciò significherebbe regredire  a livelli addirittura grotteschi di organizzazione politica e subcultura, come fanno fede i dilettanteschi tentativi della Lega Nord, qualche anno fa, di istituire una scuola leghista (accanto al “matrimonio celtico”) in sostituzione della scuola italiana, con l’insegnamento di dialetti lombardi o veneti al posto dell’italiano e di autori dialettali  al posto delle opere dei nostri classici, di un Foscolo, un Leopardi, un Manzoni!  Per non parlare di Dante…
Culturalmente, nel senso ampio ed elevato del termine, l’Italia è sempre stata  u n a  e lo è tuttora.  Inoltre, dal punto di vista qualitativo, dei contenuti, è sempre esistita una cultura italiana “nazionale” dall’ampio respiro ben distinta dalla cultura “regionale” del nostro Paese, esprimentesi in italiano ma di mentalità ristretta ed incapace di approfondire[4].   Ed è sempre stata  u n a  l’Italia anche dal punto di vista religioso, cioè cattolica. Forse le “diversità spontanee” da riconoscere sarebbero quelle delle tradizioni amministrative ed economiche degli Stati prenunitari?  Ma sono scomparse da centocinquant’anni, spazzate via per l’appunto dal centralismo sabaudo.  E il vigente sistema economico-politico consentirebbe forse di riprodurle?  L’attuale Regione, ricettacolo della supposta “nazionalità spontanea” riproduce ex Constitutione la medesima struttura politica e burocratica dello Stato centralizzato, ne è il doppione in miniatura, e ne mostra più i difetti che le virtù, dato che la base “regionale” ha permesso per l’appunto una reviviscenza mai vista del  sistema clientelare tipico dell’Italia preunitaria, fondato sul paludoso “notabilato” locale, mantenutosi (con qualche limitazione) nell’Italia unita e oggi ben più diversificato e vasto di un tempo, a causa dell’aumento consistente dei gruppi di potere o lobbies
Comunque lo si rigiri, il concetto di questa “nazionalità spontanea” che dovrebbe costituire la linfa di una nuova Italia, supposta federale o confederale o semplicemente divisa in Stati diversi, come prima del Risorgimento, quando c’erano otto dogane e otto diversi sistemi di pesi e misure e monetari a dividere e frammentare il Bel Paese, resta nebuloso e chimerico. 

3.2  Su di un piano più generale, il concetto della “nazionalità spontanea” vuole esprimere una contrapposizione netta tra Stato e nazione, all’insegna del concetto che la nazione viene prima e gli Stati dopo, ragion per cui questi ultimi dovrebbero riconoscere la nazionalità pre-esistente, nelle sue varie forme.
Questa visione non è ovviamente errata, contiene un elemento di verità, ma solo un elemento.  Il processo storico reale è molto più complesso.  La storia, infatti, ci mostra raramente il dispiegarsi di un rapporto fra Stato e nazione così lineare.  Più spesso, la nazione, nel suo farsi, si costituisce sin dall’inizio già come Stato, anche rozzamente, quando non è lo Stato a costituire la nazione, con l’opera audace (e anche spregiudicata) di una classe dirigente (aristocratica o borghese) in possesso di un potere e di un’organizzazione statali e di un buon esercito
“In nessuna parte d’Europa la nazione è stata l’elemento primario e lo Stato l’elemento derivato. Più antico della nazione francese è lo Stato francese – i suoi fondatori sono la monarchia e l’episcopato, non la nazione. Più antico della nazione tedesca è l’Impero tedesco d’impronta franco-orientale e sassone…” [5].  

3.3  Per non allontanarmi troppo dal mio tema, rinvio l’approfondimento di questo importante punto ad un intervento successivo, anche per ciò che riguarda l’Italia.  Per ora limitiamoci a dir questo:     dietro la rivendicazione antiunitaria della cosiddetta “nazionalità spontanea” è riapparso nel nostro Paese il fantasma dell’antico e feroce spirito municipale italiano, fonte primaria di tutte le innumerevoli divisioni, lotte e guerre civili dei secoli passati.  Il termine stesso di “nazionalità” è qui ambiguo.  La nazione italiana, prima dell’unificazione, era appunto quella che si esprimeva nella lingua e nella letteratura nazionale, nella cultura unitaria; la cosiddetta “nazionalità spontanea” ne sarebbe stata, invece, il sostrato multiforme, l’elemento grezzo che non va oltre il dialetto e il folklore, dimensioni puramente locali, campanilistiche, grette.  
E questa supposta “identità” della “nazionalità” conculcata e nascosta, è stata anche creata artificialmente.  Pensiamo alla  “identità celtica” della cosiddetta Padania, inventata dal rozzo e truculento on. Bossi e compagni di ventura, con le risibili, farsesche cerimonie paganeggianti lungo il corso del “dio Po”, le kermesse a base di paccottiglia “celtica”, il “matrimonio celtico” et similia. Un “celtismo fatto in casa” da contrapporre a Roma, simbolo della latinità e dell’odiato potere centrale, anche alla Roma Sede bimillenaria del Cattolicesimo (nei primi tempi i leghisti vaneggiavano a tratti di una “Chiesa celtica o padana”).  Il mondo dei fumetti del gallico Asterix è stato qui rivenduto sotto forma di sagra paesana, ma con il fine abietto di distruggere l’unità nazionale per rendersi un domani indipendenti nell’Unione Europea, sì da poter aumentare (si crede) il proprio già grande benessere materiale (come se tale benessere non fosse dipeso in misura consistente anche dall’appartenenza allo Stato italiano).  
Ma la storia, questa sconosciuta, ci mostra che i barbari Celti della pianura padana, conquistati dai Romani dopo un secolo abbondante di guerre reciprocamente feroci,  si assimilarono rapidamente alla superiore civiltà dei conquistatori, dando assai presto validi contributi alla poesia latina, tanto per fare un esempio.  Nel primo secolo a. C. accorrevano ad arruolarsi a frotte nelle legioni di Cesare, che andavano a combattere in Gallia.  I celti romanizzati furono una delle etnie che contribuirono validamente all’Italia romana, la quale resistette come Stato unitario sino alla fine delle Guerre Gotiche, cioè alla metà del VI secolo; erano ben italiani e furono  uno dei sostegni principali dell’impero romano, assieme ai Celti di Gallia e Hispania.

4.  Bene comune e bene del singolo

 Ma torniamo a bomba.  Rispetto al popolo, alla società, alla nazione, cosa caratterizza ciò che chiamiamo Stato?  Un’organizzazione pubblica composta da un sistema di istituzioni, il cui significato è impersonale o trascendente perché vi si attua l’idea di una personalità che rappresenta la totalità delle parti senza identificarsi in nessuna di esse:  infatti esiste, questa persona pubblica, per il loro bene comune.  Questo significato trascendente, nel quale si attua il necessario superamento del punto di vista egoistico dell’io individuale, empirico, che è in ognuno di noi, può forse apparire a prima vista astratto, se non nebuloso, per la mentalità odierna.  Ma la cosa si chiarirà proprio riflettendo sul concetto di bene comune.
Il bene comune  non sarà ovviamente quello del singolo bensì quello della comunità, di un intero popolo o nazione che dir si voglia. Esiste ciò che è bene per tutto il popolo e ciò che è bene per l’individuo singolo.  I due aspetti del bene possono coincidere ma anche divergere, come insegna l’esperienza.  Dal punto di vista ideale, governante perfetto sarebbe colui che riuscisse a far sempre coincidere il bene comune e quello dei singoli.  Ma tale perfezione raramente si riscontra.  La realtà ci mostra, all’opposto, un frequente contrasto tra i due, sia in atto che in potenza.
Spesso il bene del singolo viene sacrificato al bene comune.  In ogni caso, il rapporto tra i due tipi di bene implica sempre delle limitazioni e dei sacrifici, soprattutto da parte del singolo.  Lo vediamo già nell’àmbito della famiglia, cellula fondamentale di ogni vita associata; si intende, la famiglia naturale, creata dal maschio e dalla femmina che si uniscono stabilmente, secondo forme riconosciute dal diritto (matrimonio), al fine di procreare vivendo assieme sotto lo stesso tetto, allevando e mantenendo i figli secondo la tradizionale divisione di compiti tra il marito e la moglie. I genitori  fanno in genere tanti sacrifici per i figli limitando le loro proprie aspirazioni, i loro desideri,  insomma tutto o molto di ciò che sarebbe per essi soggettivamente un piacere e un bene.  E fanno questo in nome per l’appunto del bene comune rappresentato qui dal bene della famiglia e dei figli.
  Possiamo dire che una regola generale sia questa:  quando prevale il bene individuale nei confronti di quello comune, allora la società e lo Stato sono in decadenza e si stanno disgregando.  Fioriscono, invece, quando il bene comune prevale ma senza sacrificare integralmente il bene individuale, lasciandogli cioè il giusto spazio.  La logica del sacrificio individuale è comunque sottesa al rapporto bene del singolo – bene comune.  Non solo per ciò che concerne la relazione tra Stato e individui ma anche in ogni forma associata naturale organicamente costituita, a cominciare per l’appunto dalla famiglia.
     
5.  Il bene comune materiale di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza 

Come definiremo, allora, il bene comune, comune in quanto costituente il bene di un intero popolo o nazione o società che dir si voglia?  Piuttosto che premetterne una definizione omnicomprensiva, procederò elencandone alcuni essenziali tratti.
Bene comune ovvero un bene comune a tutto un popolo, che per realizzarlo avrà bisogno di quello che chiamiamo Stato, sarà costituito dalla sua stessa esistenza fisica come popolo, dalla sua sopravvivenza nelle turbinose vicende della storia (guerre, invasioni straniere, guerre civili, pesanti sudditanze economiche, spopolamento, epidemie, carestie).  Come dicevano gli antichi romani:  primum vivere deinde philosophari.
A tal fine il popolo dovrà organizzarsi in modo da:  1. alimentarsi e vestirsi a sufficienza mediante l’agricultura, l’allevamento del bestiame, il commercio interno ed esterno, l’industria;  2. mantenersi nella sua consistenza fisica, etnica, mediante i matrimoni, una sana vita familiare e una procreazione di figli che superi sempre le morti;  3. esser capace di difendersi contro i nemici interni, cioè i criminali, mediante l’amministrazione della giustizia civile e penale, ed esterni mediante l’istituzione e il mantenimento di forze armate.

6.  Dal bene comune materiale a quello spirituale

Il mantenimento dell’esistenza fisica del popolo è dunque, si potrebbe dire, il fondamento stesso dell’idea del bene comune di un popolo.  È tale idea nella sua forma elementare o, se si preferisce, è il contenuto elementare di tale idea.   L’aspetto materiale dell’esistenza di un popolo ricomprende, elevandoli a valori, il mantenimento e la sopravvivenza del medesimo.  Tuttavia, questa componente materiale del bene comune non è effettivamente separabile da quella spirituale dello stesso.  Infatti, come diceva Aristotele, gli uomini in società non si contentano semplicemente di vivere (tranne forse durante i tempi di particolare calamità, come risulta dalla risposta dell’abate Sieyes a chi gli chiedeva che cosa avesse fatto, sempre nascosto durante il Terrore, appena terminato: J’ai vécu, disse).  Gli uomini vogliono in realtà e cercano sempre di “viver bene”o in modo “felice” nel senso più ampio e completo del termine, che ricomprende anche le esigenze della morale e dello spirito (quindi, “bene” non in senso bassamente edonistico).
“La comunità che risulta di più villaggi è lo Stato, nel senso pieno del termine, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa:  formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice [eu zên]”[6].
Da ciò si comprende che il mantenimento dell’esistenza fisica e sopravvivenza di un popolo nelle generazioni, non è un affare solamente materiale, di sola organizzazione amministrativa, politica, militare.  Infatti, sono i matrimoni la cui santità venga rispettata a costituire il presupposto di quella sana vita familiare così benefica per la società e fomite di numerosa figliolanza e cittadinanza.  Ma tale presupposto, implicando la fedeltà e l’adempimento dei doveri reciproci di marito e moglie in tutti i campi, si rivela essere per sua natura morale o etico che dir si voglia.  Non sono solo le esigenze della famiglia, sono anche quelle della morale che obbligano a respingere e punire l’adulterio e a condannare il commercio carnale fuori del matrimonio.  Pertanto lo Stato, se vuole adempiere al suo dovere di mantenere la sanità fisica del popolo e l’abbondanza della popolazione, deve vigilare con le sue leggi sulla purezza del matrimonio, punendo gli adulteri e i fedifraghi, perseguendo quei costumi e quelle abitudini che favoriscano il diffondersi della licenza.  Deve naturalmente perseguire tutto ciò per l’esigenza morale stessa, che comanda alla coscienza di difender la morale con le sanzioni imposte dall’autorità costituita e con il promuovere un’educazione e una cultura volte ad instillare l’amore della virtù.
Ma in ogni caso, lo Stato deve agire così già in relazione al fine suo proprio, la realizzazione del bene comune.  Senza sani costumi diffusi nella società non è possibile una sana vita familiare, che a sua volta promuove quei costumi;  non è possibile avere famiglie ordinate, belle e numerose, si diffonde la corruzione nelle famiglie e la conseguente denatalità.  Ma i “sani costumi” sono il risultato di determinati principi morali, che vengano concretamente applicati, anche con l’aiuto delle leggi.  
“Bisogna che la legge sia la castigatrice dei vizi e la stimolatrice delle virtù, e che da essa si tragga la dottrina del vivere”[7].  L’autorità di governo che sia compos sui deve quindi mantenere e far osservare i giusti principi morali, quali già risultano dalla morale naturale, se vuole che matrimoni e   famiglie prosperino, e con esse il popolo, la società, tutto lo Stato.  Pertanto, se i nostri odierni Stati fossero ben ordinati, i loro governanti chiuderebbero tutti i siti pornografici; proibirebbero gli spettacoli indecenti, immorali, orripilanti e violenti; sanzionerebbero la mancanza di modestia e pudore che spadroneggiano nella moda femminile; ostacolerebbero in ogni modo il libertinaggio diffuso, insomma perseguirebbero implacabilmente le molteplici aberrazioni delle quali si compiacciono ahimé le nostre società, a cominciare da quella rappresentata dal libero aborto volontario ammesso dalle leggi dello Stato. 

Lo Stato non può disinteressarsi della virtù dei suoi cittadini.  Senza per questo diventare oppressivo e invadente deve comunque approntare tutte le difese necessarie per proteggere la morale dall’attacco che le portano di continuo le forze del male.  Questo è il dovere morale dello Stato, di ogni Stato degno di questo nome, attuando il quale lo Stato realizza il bene comune in senso spirituale:  difendere in primo luogo la morale, sia come morale naturale (senso del pudore, ripudio dell’adulterio, del libertinaggio, dei rapporti contronatura, difesa della famiglia, etc.) sia come insieme di princìpi etici il cui fondamento è di norma religioso.

Paolo  Pasqualucci, martedì 10 ottobre 2017

   




[1][1] De civ. Dei, IV, IV:  “Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?”. 
[2] È stata completamente dimenticata la lezione di realismo di Carl Schmitt, che costituisce uno dei suoi contributi più importanti alla comprensione del fenomeno giuridico:  il nesso inscindibile del diritto con la terra, nel senso di spazio concreto, territorio determinato, abitato da un popolo con la sua storia e i suoi bisogni, sul quale il diritto si esercita nella forma di consuetudini e norme positive. Vedi: Carl Schmitt, Der Nomos der Erde  im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum [La legge della terra nel diritto internazionale del diritto pubblico europeo], 1950, Duncker & Humblot, 1960, tutto il primo capitolo (pp. 11-51) dedicato a Cinque corollari introduttivi e in particolare il corollario n. 1: Das Recht als Einheit von Ordnung und Ortung, il diritto come unità di ordinamento e determinazione di luogo, op. cit., pp. 13-20.
[3] Il passo è riportato da Cicerone nel De legibus, nel riprodurre il contenuto della legislazione della Roma arcaica, quella delle XII Tavole.  Dopo aver elencato i poteri civili e miitari dei consoli, carica suprema dello Stato o res publica, vien loro intimato:   “Ollis [illis] salus populi suprema lex esto” (Marco Tullio Cicerone, Le leggi, con testo latino a fronte, a cura di Filippo Cancelli, Mondadori, Milano, 1969, p. 219).  Tale massima riecheggia nel principio fondamentale della Chiesa Cattolica, per la quale, si è sempre detto, salus animarum suprema lex [esto].
[4] Per la differnza tra queste due mentalità e culture, vedi le precise osservazioni di Giovanni Gentile, Il tramonto della cultura siciliana, 1917, ora in ID., Opere complete, vol. XXX, a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici, Sansoni, Firenze, 1985, 2a  ediz. riveduta e accresciuta, pp. 108-109. 
[5]  Werner Kaegi, Meditazioni storiche, a cura e con una presenetazione di Delio Cantimori, Laterza, Bari, 1960, p. 38.  L’illustre storico svizzero (1901-1979)  ha offerto penetranti riflessioni sul piccolo Stato nella storia europea, sulla sua importanza, sul rapporto tra Stato e nazione. 
[6] Arist., Pol., 1252 b ;  La Politica, tr. it. introduz., note e indici a cura di Renato Laurenti, Laterza, Bari, 1966, p. 8.
[7] Cic., Le leggi, tr. it. cit., p. 114.

sabato 23 settembre 2017

Crisi della Chiesa: L'eresia luterana di Papa Francesco


Crisi della Chiesa :  L’eresia luterana di Papa Francesco

Ricordiamo ancora tutti l’elogio di Papa Francesco a Martin Lutero. L’anno scorso, parlando a braccio con i giornalisti durante il volo di ritorno dalla sua visita in Armenia, rispondendo ad una domanda sui rapporti con i luterani nell’imminenza del 500mo anniversario della Riforma, pronunciò in italiano le seguenti parole, mai smentite:

Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate.  In quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere.  E per questo lui ha protestato.  Poi era intelligente ed ha fatto un passo in avanti, giustificando il perché facesse questo.  Ed oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione:  su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato.  Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina etc.”[1].

Difficile descrivere lo sconcerto a suo tempo suscitato da queste parole. Bisogna comunque notare un punto che al tempo non era stato forse sufficientemente messo in rilievo.  L’elogio della dottrina luterana si giustificava, agli occhi di Papa Francesco, con il fatto che oggi cattolici e protestanti “sono d’accordo sulla dottrina della giustificazione”.  Proprio quest’accordo dimostrerebbe, per logica conseguenza, che “su questo punto tanto importante Lutero non aveva sbagliato”. 
A quale accordo può qui riferirsi il Pontefice?  Evidentemente alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, sottoscritta dal Consiglio Pontificio per l’Unità dei Cristiani e dalla Federazione Luterana mondiale il 31 ottobre 1999.   Un documento incredibile, certamente un unicum nella storia della Chiesa.  Vi si enumerano articoli di fede che i cattolici avrebbero in comune con gli eretici luterani, tenendo sullo sfondo le differenze e facendo capire che le condanne di un tempo non si applicano più oggi!  È ovvio che nel documento le differenze poco interessano, essendo lo scopo del documento stesso proprio quello di far emergere i supposti elementi in comune tra noi e gli eretici.  Ora, nel § 3 di questa Dichiarazione, intitolato: La comune comprensione della giustificazione, si legge, al n. 15:  “Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere”[2].  Al n. 17, nello stesso paragrafo, si aggiunge, in modo sempre condiviso, che: “…essa [l’azione salvifica di Dio] ci dice che noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova soltanto alla misericordia di Dio che perdona e che fa nuove tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere soltanto come dono nella fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo”.  E infine, nel n. 19 (par. 4.1) troviamo affermato in comune e presentato come fosse cosa ovvia il principio secondo il quale: “la giustificazione avviene soltanto per opera della grazia”[3].
Per ciò che riguarda le buone opere il Documento afferma, al n. 37 nel  par. 4.7: Le buone opere del giustificato:  “Insieme confessiamo che le buone opere – una vita cristiana nella fede nella speranza e nell’amore – sono la conseguenza della giustificazione e ne rappresentano i frutti[4].  Ma anche questa proposizione è contraria al dettato del Concilio di Trento, che ribadisce il carattere meritorio delle buone opere per la vita eterna, al conseguimento della quale esse necessariamente concorrono.
Di fronte a simili affermazioni, come stupirsi se Papa Francesco è venuto a dirci che “su questo importante punto Lutero non aveva sbagliato”?  Ovvero, che la dottrina luterana della giustificazione è corretta?  Se non è sbagliata, evidentemente è corretta; se è corretta, è giusta.  Tanto giusta da esser stata adottata dalla Dichiarazione congiunta, come risulta dai passi citati, se li si legge per quello che sono, senza farsi condizionare da una presunzione di ortodossia dottrinale, qui del tutto fuori luogo.  Quivi, il luterano sola fide e sola gratia viene condiviso senza sfumature, allo stesso modo dell’idea errata che le buone opere sono da intendersi solo quale conseguenza e frutto della giustificazione. 
Bisogna pertanto proclamare ad alta voce che la professione di fede condivisa con i luterani eretici contraddice apertamente quanto dichiarato dal dogmatico Concilio di Trento, nel ribadire la dottrina cattolica di sempre.  A conclusione del suo Decreto sulla giustificazione, del 13 gennaio 1547, quel Concilio inflisse 33 anatemi con relativi canoni, il 9° dei quali recita, contro l’eresia del sola fide:

“Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, così da intendersi che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà:  sia anatema[5].

Contro l’eresia connessa del sola gratia, il canone n. 11:

Se qualcuno afferma che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia di Cristo, o con la sola remissione dei peccati, senza la grazia e la carità che è diffusa nei loro cuori mediante lo Spirito Santo [Rm 5, 5] e inerisce ad essi; o anche che la grazia, con cui siamo giustificati, è solo favore di Dio:  sia anatema[6].

Contro l’eresia che fa delle buone opere un semplice frutto o conseguenza della giustificazione ottenuta solo per fede e per grazia, come se le buone opere non vi potessero concorrere in alcun modo, il canone n. 24:

Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento:  sia anatema[7].

Il “qualcuno” qui condannato è notoriamente Lutero, assieme a tutti quelli che la pensano come lui sulla natura della giustificazione.  E come Lutero non sembra ragionare anche la straordinaria Dichiarazione congiunta? Sulla quale vi sarebbe anche altro da dire, per esempio sull’ambiguo par. 4.6 dedicato alla certezza della salvezza.  Questa sciagurata Dichiarazione congiunta è giunta alla fine di un pluridecennale “dialogo” con i luterani intensificatosi durante il regno di Giovanni Paolo II, e quindi con la completa approvazione sua e dell’allora cardinale Ratzinger, che ha evidentemente mantenuto la sua adesione all’iniziativa, una volta diventato Benedetto XVI.  Bisogna dunque ammettere che Papa Francesco, nel suo modo di esprimersi privo di sfumature, ha tratto alla luce ciò che era implicito nel “dialogo” con i luterani e nel suo frutto finale, la Dichiarazione congiunta:  che Lutero aveva visto giusto, che la sua concezione della giustificazione “non era sbagliata”. 
Tanto di cappello a Lutero, allora!  Questo noi cattolici dobbiamo sentirci dire, e in tono del tutto convinto, a 500 anni da quello scisma protestante, che, in un modo forse irreparabile, ha devastato la Chiesa universale dalle fondamenta?  Il “cinghiale sassone” che tutto ha calpestato ed insozzato aveva dunque ragione?  Ed è addirittura un Papa ad assicurarcelo?
Sappiamo che la dottrina luterana propugna l’idea, contraria alla logica e al buon senso oltre che alla S. Scrittura, secondo la quale noi siamo giustificati (trovati giusti da Dio e accettati nel suo Regno alla fine dei tempi) sola fide, senza il necessario concorso delle nostre opere ossia senza bisogno dell’apporto della nostra volontà, che cooperi liberamente all’azione della Grazia in noi.  Per ottenere la certezza della nostra individuale salvezza, qui ed ora, basta avere (dice l’eretico) la fides fiducialis:  credere che la Crocifissione di Cristo ha meritato e conseguito la salvezza per tutti noi.  Per i suoi meriti, la  misericordia del Padre si sarebbe stesa su di noi tutti come un mantello che copre i nostri peccati.  Non occorre, dunque, ai fini della salvezza, che ognuno di noi cerchi di diventare un uomo nuovo in Cristo, slanciandosi con generosità verso di Lui in pensieri, parole, opere e chiedendo sempre l’aiuto della sua Grazia a questo fine (Gv 3). Basta la fede passiva nell’avvenuta salvezza ad opera della Croce, senza bisogno del contributo della nostra intelligenza e volontà. Le buone opere potranno scaturire da questa fede (nell’esser stati giustificati) ma non possono concorrere alla nostra salvezza:  ritenerlo, sarebbe commettere peccato di superbia!
      
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Scopo di questo mio intervento non è l’analisi degli errori di Lutero.  Voglio invece occuparmi della seguente questione, che non mi sembra di secondaria importanza:  Lo scandaloso elogio pubblico di Papa Francesco alla dottrina luterana sulla giustificazione, condannata formalmente come eretica, non è esso stesso eretico?

Infatti, affermando pubblicamente che Lutero “non aveva sbagliato” con la sua dottrina sulla giustificazione sola fide e sola gratia, il Papa non invita forse a concludere che la dottrina luterana non è sbagliata, e quindi è giusta?  Se è giusta, allora l’eresia diventa giusta e Papa Francesco mostra di approvare un’eresia sempre riconosciuta e riprovata come tale dalla Chiesa, sino all’incredibile Dichiarazione congiunta (la quale, è bene ricordarlo, non ha comunque il potere di abrogare i decreti dogmatici del Concilio di Trento: essi restano validi in perpetuo, con tutte le loro condanne, dal momento che appartengono al Deposito della Fede ed è semplice flatus vocis cercare di  sminuire queste condanne a semplici “salutari avvertimenti di cui dobbiamo tener conto nella dottrina e nella prassi”)[8].
Ma nessun Papa può approvare un’eresia.  Il Papa non può professare errori nella fede o eresie, anche come individuo privato (come “dottore privato”, come si suol dire).  Se lo fa, bisogna chiedergli pubblicamente di ritrattare e professare la retta dottrina, come è accaduto nel XIV secolo a Giovanni XXII, uno dei “Papi di Avignone”. 
Però il caso di Giovanni XXII non si presta a costituire un precedente per la situazione attuale.  In numerose prediche quel Papa aveva sostenuto, nella parte finale della sua lunga vita, che l’anima del Beato non sarebbe subito ammessa alla Visione Beatifica ma dovrebbe attendere il giorno del Giudizio universale (teoria della visione differita). Però presentava questa sua tesi come una questione dottrinale aperta, per risolvere delle questioni  relative alla teologia della visione beatifica, per esempio quella dell’eventuale maggior visione di Dio dopo il Giudizio universale rispetto a quella goduta dal Beato subito dopo la sua morte.  Questione complessa da approfondire nella calma di un dibattito teologico di alto livello[9]. Ma le passioni politiche si intromisero – era l’epoca della lotta acerrima contro le eresie degli Spirituali e l’imperatore Lodovico il Bavaro – accendendo gli animi.  Cominciarono certi Spirituali ad accusare faziosamente il Papa di eresia e il problema della “visione beatifica immediata o differita” venne a coinvolgere l’intera cristianità.  Dopo numerosi ed accesi dibattiti, si affermò, presso  la gran maggioranza, inclusi ovviamente teologi e cardinali, l’opinione che la tesi del Papa fosse insostenibile. Egli vi insistette, tuttavia, anche se, a ben vedere, non si può dire che si trattasse di un’eresia, sia perché quel Papa dimostrò ampiamente di non avere l’animus  dell’eretico sia perché si trattava di una questione non ancora definita dottrinalmente.  Alla fine si ritrattò quasi novantenne alla vigilia della morte, di fronte a tre cardinali, il 3 dicembre 1334.  Il successore, Benedetto XII, definì ex cathedra, nella costituzione apostolica Benedictus Deus del 29 gennaio 1336, esser la “visione immediata” l’articolo di fede da tenersi, lasciando tacitamente cadere la questione dell’eventuale aumento della visione beatifica al momento della resurrezione finale e del giudizio universale[10]
Ritrattò dunque Giovanni XXII l’opinione sua privata di teologo.   È utile ricordare il caso di Giovanni XXII proprio per capire che esso non può costituire qui un precedente, dal momento che quel Papa non ha certamente fatto l’elogio di eresie formalmente già condannate dalla Chiesa, come invece l’attuale e regnante, limitandosi a propugnare (e con ampio dibattito) una soluzione dottrinale nuova, dimostratasi poi non pertinente.
 A me sembra che l’elogio all’eresia luterana fatto da Papa Francesco non abbia precedenti nella storia della Chiesa. Per ovviare allo scandalo e allo sconcerto da lui provocati, non dovrebbe egli ritrattarsi e ribadire la condanna dell’eresia luterana?  Oso affermare, da semplice credente:  d e v e  farlo,  poiché confermare tutti i fedeli nella fede, mantenendo inalterato il Deposito, è specifico  d o v e r e  del Romano Pontefice.  Elogiando apertamente l’eresiarca Lutero e i suoi gravi e perniciosi errori, Papa Francesco è venuto meno, in primo luogo, al suo dovere di Pontefice, di Supremo Pastore delle pecorelle che Dio gli ha affidato per difenderle dai lupi  non per darle loro in pasto.
Tra l’altro, proclamare che Lutero “non aveva sbagliato” non significa dichiarare implicitamente che avevano sbagliato coloro che lo hanno condannato formalmente come eretico?  Se Lutero era nel giusto, allora erano nel torto i Papi che in successione lo hanno condannato (ben tre:  Leone X, Adriano VI, Clemente VII) e lo era anche il dogmatico Concilio di Trento che  ne ha stigmatizzato capillarmente gli errori.  Dicendo che Lutero “non si era sbagliato” si contraddicono cinquecento anni di Magistero della Chiesa ed anzi si dissolve questo stesso magistero, privandolo di ogni autorità, dal momento che per cinquecento anni avrebbe condannato Lutero per un errore che invece non c’era.  La frasetta buttata lì nell’intervista aerea implica che per tanti secoli si sarebbero sbagliati tutti: Papi, cardinali, vescovi, teologi, sino al semplice sacerdote!  La Chiesa sarebbe stata priva per tanti secoli dell’ausilio dello Spirito Santo, che sarebbe all’opposto comparso solo di questi tempi, con il Vaticano II, con le riforme da esso promosse, tra le quali  la Dichiarazione congiunta...

Qualcuno potrebbe obiettare, a questo punto: è legittimo sostenere che chi condivide apertamente e pubblicamente un’eresia patente, deve esser considerato a sua volta eretico?
 Lo è, nel modo più assoluto.  Eretico per condivisione o correità, se così si può dire.  È certissimo che chi approva in cuor suo gli errori professati dall’eretico se ne rende moralmente complice perché li fa propri sul piano intellettuale.  E se ne rende complice anche sul piano esterno se manifesta pubblicamente questa sua approvazione.  Tale approvazione non può esser considerata neutra ed ininfluente nei confronti del Deposito delle verità di fede.  Chi approva in piena coscienza,  per di più senza distinguo, condivide e fa suo ciò che ha approvato:  lo sottoscrive liberamente e integralmente, vi aderisce, vi partecipa.   Chiunque approvi liberamente un’opinione altrui mostra di averla fatta propria e si può attribuirgliela, come fosse sua.  Ciò vale anche per le eresie, che nascono come opinioni personali dell’eretico.
Infatti, “vien detta eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere di fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” (CIC 1983, c. 751).  Indurendosi nella sua errata opinione, l’eretico comincia a fabbricare quella “medicina” (come dice Papa Francesco) che è in realtà un veleno che penetra nelle anime, allontanandole dalla vera fede e spingendole alla ribellione contro i legittimi pastori.  Lodare Lutero e trovar giusta la sua eresia del sola fide significa, come ho detto,  manifestare un’opinione incomparabilmente più grave di quella errata di Giovanni XXII sulla visione beatifica.  Molto più grave, avendo il presente Pontefice lodato un’eresia già condannata da cinque secoli formalmente e solennemente come tale, dai Papi singolarmente  e da un Concilio Ecumenico della Santa Chiesa, quale appunto fu il dogmatico Tridentino. Se la maggior gravità del fatto non incide sulla sua natura, che resta quella di una dichiarazione privata, dell’esternazione improvvida di un Papa esprimentesi come “dottore privato”; nello stesso tempo, tuttavia, l’esser esternazione privata non ne diminuisce la gravità, sovvertitrice dell’intero magistero della Chiesa: occorre pertanto una pubblica riparazione, nella forma di una rettifica.

Un’altra obiezione potrebbe essere la seguente:  queste dichiarazioni contra fidem Papa Francesco le ha fatte in discorsi privati, anche se tenuti di fronte a un pubblico e per la platea mondiale dei media.  Non risultando da documenti ufficiali della Chiesa, non hanno valore magisteriale.   Non basterebbe ignorarle?
È vero che non hanno valore magisteriale. Se l’avessero,  gli organi ecclesiastici competenti (il Collegio cardinalizio o singoli cardinali) sarebbero certamente legittimati (io credo) a chiedere che Papa Francesco venisse messo formalmente sotto accusa per eresia manifesta.
Tuttavia, non è possibile far finta di nulla.  Oltre a rappresentare una grave offesa per Nostro Signore, queste dichiarazioni a braccio e di taglio eterodosso del Papa hanno un gran peso sull’opinione pubblica, contribuendo di sicuro al modo errato nel quale tanti credenti e i miscredenti vedono la religione cattolica oggi.  Il fatto è che un Papa, anche quando si limita a rilasciare interviste, non è mai un semplice privato.  Anche quando non parla ex cathedra, il Papa è sempre il Papa, ogni sua frase viene sempre considerata e soppesata come se fosse pronunciata ex cathedra.  Insomma, il Papa fa sempre autorità ed un’autorità che non si discute.  Anche come “dottore privato” il Papa mantiene sempre quell’autorità superiore alle usuali autorità del mondo civile, perché autorità che proviene dall’istituzione stessa, dal Papato, dall’esser esso l’ufficio del Vicario di Cristo in terra.  La mantiene, a prescindere dalle sue qualità personali, se tante o poche. 
Non è dunque accettabile che un Papa, anche come semplice “dottore privato”, faccia l’elogio dell’eresia.  Non è accettabile che Papa Francesco dichiari opinione “non sbagliata”, e pertanto giusta, l’eresia di Lutero sulla giustificazione.  Per il bene della sua anima e di quelle di tutti noi fedeli, egli deve al più presto ritrattarsi e rinnovare le condanne argomentate e solenni che da cinque secoli la Chiesa docente ha infallibilmente comminato a Lutero e ai suoi seguaci.

Paolo  Pasqualucci
Sabato, 23 settembre 2017     




[1] Testo ripreso dal sito Riscossa Cristiana, articolo di M. Faverzani del giugno 2016, p. 2 di 2, originariamente sul sito Corrispondenza Romana.  Il testo riproduce fedelmente il parlare all’impronta del Papa, come riportato dalla stampa internazionale. Grassetto mio. Sull’elogio di Papa Francesco a Lutero, vedi due miei precedenti interventi, sul blog Chiesa e Postconcilio: P. Pasqualucci, Lo scandaloso elogio di Bergoglio a Lutero, sulla giustificazione, 7 luglio 2016;  P. Pasqualucci, La vera dottrina della Chiesa sulla giustificazione, 29 ottobre 2016.  
[2] Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, www.vatican.va, p. 5/22.
[3] Op. cit., p. 5/22 e 6/22.  Grassetti miei.
[4] Op. cit., p. 10/22.  Grassetti miei.  Si noti il carattere vago e generico attribuito alla nozione di “buone opere”:  nessun accenno al fatto che esse attuano l’osservanza dei Dieci Comandamenti e la lotta quotidiana di ognuno di noi per la sua santificazione, con l’aiuto imprescindibile e decisivo della Grazia.
[5] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, 1978, p. 553;  DS 819/1559.
[6] Op. cit., p. 554;  DS 821/1561.
[7] Op. cit., p. 555; DS 834/1574.  Vedi anche i canoni n. 26 e 32, che riaffermano il significato di “premio” delle buone opere per la vita eterna e pertanto “meritorio”delle stesse, sempre per la vita eterna:  si intende, compiute sempre le buone opere dal credente “per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è membro vivo)”:  op. cit., pp. 556-557 (DS 836/1576; 842/1582).  Anche se le buone opere mancano del tutto, il luterano è convinto di salvarsi lo stesso!
[8] Così non teme di esprimersi la Dichiarazione congiunta, al n. 42, nel par. 5.
[9] Sul punto vedi le precise osservazioni del teologo P. Jean-Michel Gleize, FSSPX, nella panoramica di sei suoi brevi articoli intitolata: En cas de doute…, ‘Courrier de Rome’, janvier 2017, LII, N. 595, pp. 9-11.  Gli articoli trattano in modo approfondito il problema del “Papa eretico”. 
[10]  Voce Giovanni XXII dell’Enciclopedia Treccani, di Charles Trottman, tr. it. di Maria Paola Arena, p. 25/45, reperibile su internet. Vedi anche Gleize, op.cit., p. 10.  Per i testi: DS 529-531/990-991; 1000-1002.